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ProgettoProgetto adulis
CommittenteCe.r.d.o.
ResponsabileMarta Caterina Bottacchi
Budget€4.500,00
Inizio01/12/2010
Scadenza30/12/2013
Descrizione

Nel gennaio 2011 è stato avviato il Progetto Adulis, una missione archeologica italo-eritrea condotta dal Ce.R.D.O. (Centro di Ricerche sul Deserto Orientale) in collaborazione con il Centro di GeoTecnologie dell’Università degli Studi di Siena e il Museo Nazionale Eritreo. L’obiettivo del Progetto era di riprendere le ricerche archeologiche nell’antica città di Adulis, collaborando con il Museo Nazionale Eritreo alla sua riscoperta, valorizzazione e divulgazione.

Adulis è uno dei principali siti archeologici del paese, ben noto nelle fonti letterarie antiche e già oggetto nel corso del XIX e XX secolo di ripetute campagne di scavo, seppur limitate e dispersive. La maggior parte di esse sono state edite solo parzialmente e sono state condotte quando il metodo del moderno scavo stratigrafico era ancora lontano dall’essere formulato, procedendo secondo le modalità dello sterro e, nei migliori dei casi, con una registrazione delle quote di rinvenimento di alcuni reperti significativi. All’avvio del Progetto mancavano dati stratigrafici affidabili in grado di delineare una periodizzazione dell’insediamento e una datazione articolata delle strutture già esposte durante questi vecchi scavi. Si è, quindi, cercato di mettere ordine nelle vecchie ricerche compiute, in particolare cercando di individuare tutti i vecchi scavi compiuti nell’area e di recuperare il più possibile dati stratigrafici, sia riaprendo vecchi scavi, sia aprendo nuovi saggi di scavo in aree ancora inesplorate.

 

Il sito

Adulis (15.262187° N, 39.659807° E) si trova attualmente a circa 6 km dalla costa eritrea, sulla sponda settentrionale del torrente Haddas e nei pressi dei moderni villaggi di Zula e Afta. Le strutture del sito si estendono su un’area pianeggiante di circa 40 ettari, tagliata longitudinalmente in epoca moderna dal corso di un canale (wadi) di modeste dimensioni. In tutta l’area, coperta da una rada vegetazione ad arbusti, sono ben visibili strutture murarie affioranti in superficie e grossi cumuli di pietre pertinenti a crolli di edifici.

Al di là dell’estensione del sito e dell’imponenza di alcune strutture riportate alla luce nei secoli scorsi, la rilevanza del sito nelle dinamiche storiche di tutta l’area risulta ben evidente nella lettura delle fonti letterarie antiche, romane e bizantine. Le fonti raccontano che in epoca romana e fino alla prima età bizantina il porto di Adulis costituì uno dei maggiori empori commerciali del Mar Rosso e un punto di riferimento fondamentale nei traffici commerciali tra il Mar Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Tra i prodotti esportati sono ricordati avorio, ossidiana, corno di rinoceronte e gusci di tartaruga; mentre tra i prodotti importati sono citati tessuti dall’Egitto, vetro dalla Giudea, metalli dall’India, olio e vino dall’Italia e dalla Siria.

Il Mar Rosso ha costituito fin dall’età ellenistica un’importante area di contatto culturale e commerciale tra Mar Mediterraneo, Africa, Medio Oriente e Asia. Il settore sud-occidentale, nello specifico, è strettamente legato alle dinamiche di sviluppo che hanno caratterizzato il Regno di Aksum. In seguito proprio all’espansione aksumita, avviata già dal III sec. d.C., le regioni costiere vennero incorporate e anche Adulis entrò a far parte del Regno, diventandone il fulcro delle attività commerciali marittime.

 

Obiettivi e risultati

Il primo obiettivo delle campagne di ricerca svolte nel sito era di riprendere gli scavi archeologici, con indagini mirate al recupero di vecchi scavi e all’analisi della stratigrafia dell’insediamento. Gli scavi realizzati tra XIX e XX sec. hanno riscoperto numerose strutture, sia a carattere residenziale che religioso, alcune delle quali anche monumentali, senza tuttavia restituirci alcuna informazione stratigrafica certa, essendo tutti gli scavi condotti, per motivi storici, secondo la tecnica dello sterro. Nelle stesse relazioni di scavo manca un qualsiasi accenno alla successione stratigrafica, con solamente generici riferimenti alle quote di rinvenimento dei reperti, informazione che in mancanza di un quadro stratigrafico completo può risultare assai fuorviante. Sono stati aperti tre settori di scavo:

  • il settore 1 in corrispondenza del margine sud-occidentale del sito, laddove Paribeni aveva individuato le fasi più antiche della città;
  • il settore 2 nella zona centrale per riportare alla luce una chiesa bizantina già scavata dallo stesso Paribeni;
  • il settore 3 al margine orientale del sito, in un’area dove non erano mai stati condotti scavi in precedenza.

Il secondo obiettivo era di aggiornare, ampliare e approfondire la topografia dell’area per meglio comprendere la morfologia del sito e l’articolazione della città. L’unica topografia moderna disponibile risaliva al 2004, elaborata dal team diretto da D. Peacock e L. Blue, ma non abbracciava interamente l’area interessata dalle strutture e, in particolare, non riportava i vecchi scavi condotti nell’area, né le strutture ancora visibili in superficie. Si è per questo deciso di realizzare un nuovo rilievo che sopperisse a queste mancanze. Il rilievo topografico è proceduto integrando tecniche differenti. Prima dell’avvio delle missioni sul campo è stata condotta un’analisi preliminare su un immagine satellitare QuickBird appositamente acquistata. Una volta sul campo, le informazioni così desunte sono state verificate e integrate da un rilievo GPS in modalità RTK.

Al termine del lavoro è stata riconosciuta come nucleo urbano un’area di almeno 23 ettari di estensione. Gli elementi archeologici censiti, tuttavia, non consentono una ricostruzione articolata del tessuto urbano, basti ricordare che nessuna strada è stata finora riportata alla luce, ma al momento è possibile solamente una prima identificazione di alcune macro-aree con caratteristiche omogenee dal punto di vista tipologico-strutturale o cronologico.

Nella porzione sud-occidentale della città, in corrispondenza della parte più elevata dell’area (tra i 23 e i 25 m s.l.m.), si trova la parte più consistente dei crolli di edifici, con ogni probabilità poiché questa parte non è stata in passato interessata dalle alluvioni che hanno invece interessato le zone più basse circostanti (tra i 18 e i 22 m s.l.m.), ricoprendo totalmente o in parte molte strutture. In questa porzione della città, lungo una parete del wadi meridionale e nello scavo del Settore 1, sono stati individuati resti di muri caratterizzati da una tecnica edilizia che si discosta visibilmente da quella impiegata in tutte le altre strutture della città attualmente visibili: si tratta di strutture di spessore particolarmente elevato, fino ad 1 m, e costruiti prevalentemente con grandi ciottoli e grandi massi irregolari di basalto. Nel Settore 1 i muri realizzati con questa tecnica edilizia sono pertinenti alle fasi di vita più antiche finora individuate nei settori di scavo, sicuramente precedenti al III-IV sec. d.C. Inoltre, proprio in quest’area, e poco lontano da dove è stato aperto il Settore 1, si trovava la trincea dove R. Paribeni individuò a quasi 10 m di profondità quelle che lui aveva considerato le fasi più antiche della città.

Nelle fasi di vita più avanzate della città, in un periodo databile tra IV e VII sec. d.C. sulla base dei materiali rinvenuti e pubblicati in particolare da R. Paribeni, è possibile distinguere un’area a vocazione religiosa o cultuale nella porzione orientale della città, nella quale si trovano le strutture scavate da W. W. Goodfellow e da R. Paribeni tra XIX e XX secolo e interpretate come chiese. In quest’area è da ricordare anche la presenza del grande edifico scavato solo parzialmente da R. Sundström, che lo interpretò come un grande “palazzo”. Nello stesso periodo, la porzione occidentale della città sembra, invece, caratterizzata da strutture più modeste, di carattere residenziale o abitativo, come quelle scavate dallo stesso R. Paribeni e da F. Anfray. Tale articolazione in aree a differente destinazione funzionale è stata riscontrata anche a Matara, uno tra i centri aksumiti più noti sull’altopiano eritreo, con la quale ha in comune anche la dimensione: 20 ettari a Matara, 23 ettari ad Adulis. Anche a Matara il settore orientale era caratterizzato da una concentrazione di palazzi d’élite e chiese, mentre il settore occidentale si caratterizzava per la presenza di quartieri abitativi.

Grazie a queste prime ricerche si sta delineando sempre meglio la fisionomia dell’antica Adulis, sia dal punto di vista strutturale, evidenziando la presenza di aree a differente destinazione funzionale, sia dal punto di vista cronologico, evidenziando fasi costruttive diverse. L’obiettivo principale delle prossime indagini sarà di mettere finalmente in luce una sequenza stratigrafica completa, dalle fasi più antiche dell’insediamento nell’area sino all’abbandono della città, e di realizzare una survey completa del sito per tentare di articolare meglio l’organizzazione interna del nucleo urbano.

Partner

Sezione Archeologica del Museo Civico di Rovereto, Centro di Ricerche sul Deserto Orinentale (Ce.RDO), Museo Nazionale Eritreo di Asmara e con la collaborazione di ASI - Agenzia Spaziale Italiana Archeologia Viva - Giunti Editore

Team italiano

Alfredo Castiglioni, Angelo Castiglioni, Giulio Bigliardi, Sara Cappeli, Enzo Cocca, Barbara Maurina, Andrea Manzo, Serena Massa, Chiara Zazzaro, Gabriele Zanazzo


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