L'industria del vetro nel dopoguerra

La seconda Guerra Mondiale sospende le produzioni e danneggia la fabbrica. “Dopo i bombardamenti del giugno 1944, i lavoratori del vetro di San Giovanni si adoperarono intensamente per rimuovere le macerie, per poter riattivare qualche forno, perché dalla vita di quella fabbrica dipende la loro vita e quella della loro famiglie”.


Completata la ristrutturazione dello stabilimento e degli impianti, il 5 maggio 1946 Taddei costituisce la IVI– Esercizio Vetrerie Taddei. Nel 1948 la vetreria di San Giovanni ha ben 516 addetti. È il punto più alto ed anche la data d’inizio della crisi. I salari cominciano ad essere pagati in ritardo e nel 1951 la IVI annuncia l’intenzione di licenziare a San Giovanni 78 operai.
 E’ l’inizio di una dura e lunga conflittualità. il 16 gennaio 1951 viene raggiunto un accordo che prevede la ripresa della produzione dopo tre mesi ed il pagamento delle competenze arretrate ai lavoratori in modo dilazionato. La Taddei non rispetto l’accordo ed il 25 luglio 1951 c’è lo sciopero generale in tutte le aziende del gruppo. Si arriva ad un secondo accordo che mantiene la rateizzazione degli arretrati e fissa al 15 settembre la ripresa del lavoro. Si arriva dicembre ma la situazione non cambia. "A questo punto la Commissione Interna dello stabilimento di San Giovanni avanza una proposta che non trova riscontro nella storia del sindacalismo italiano. I lavoratori, pur di risolvere il problema licenziamenti, mettono a disposizione i loro crediti a titolo di prestito verso l’azienda senza alcun interesse per il periodo che questa ritiene più opportuno, ma anche questa proposta non viene accettata”.

Ai primi del 1952 la situazione precipita, al momento della chiusura, gli operai occupano la fabbrica ma vengono sgomberati dalla forza pubblica. Due giorni dopo, sciopero generale cittadino. I sindacati si spaccano. L’azienda decide la riapertura ma  “Furono esclusi dalla riassunzione alla Taddei sia gli aderenti alla CGIL che i 100 operai che al momento della serrata non avevano abbandonato la fabbrica per impedire che i forni fossero spenti”.